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Chiesa Matrice


LA CHIESA CATTEDRALE DELLA SANTISSIMA ANNUNZIATA.

Note storiche ed artistiche.

Prima di illustrare l’aspetto storico ed artistico della chiesa Cattedrale SS. Annunziata di Tursi è doveroso ricordare i due incendi ravvicinati che la devastarono. Il primo incendio avvenne la notte (alle ore una e venti minuti) tra il 7 e 8 Novembre 1988 probabilmente a causa di un corto circuito del vecchio impianto elettrico. Questo incendio si sviluppò nella sagrestia, distruggendola completamente insieme all’arredo e alle suppellettili che conteneva. Le fiamme furono domate dai vigili del fuoco di Matera, ma evidentemente il fuoco continuò a covare nelle vecchie strutture di legno tanto da riaccendersi di nuovo violento durante la notte tra l’11 e il 12 dello stesso mese di Novembre e, partendo dal soffitto della chiesa, in meno di un’ora la distrusse quasi completamente, lasciandone in piedi solo i muri perimetrali.

Subito l’edificio parve irrecuperabile. Il popolo di Tursi e della Diocesi era incredulo di fronte a tanta devastazione e il suo vescovo, Rocco Talucci, turbatissimo. Egli, entrato a Tursi il 10 Aprile di quel 1988, ancora non aveva celebrato alcuna solennità liturgica nella “sua” Cattedrale. Ma, pur provatissimo, non si fece vincere dallo sconforto e dalla gravità del danno. Dalla commozione generale e personale trasse la forza per iniziare il lungo impegno che lo portò a sollecitare tutte le autorità civili e religiose (Soprintendenza alle Belle Arti, Provveditorato alle Opere Pubbliche, l’arcivescovo di Pescara Mons. Franco Cuccarese, nativo di Tursi, ed altri) interessate ad un pronto restauro della Cattedrale.

Nonostante tanto zelo e l’impegno del vescovo Talucci, i tempi non sono brevissimi. Comunque, sia pure dopo undici anni, egli ha potuto dare inizio al Giubileo del Duemila aprendo la porta centrale della Cattedrale il giorno di Natale del 1999. Naturalmente i lavori di finitura, di decorazione e di addobbo non sono ancora ultimati, ma il più è stato fatto ed il Tempio può essere restituito ai fedeli, al clero ed al culto.
Per comprendere le ragioni della costruzione della chiesa SS. Annunziata, divenuta Cattedrale dopo poco più di un secolo dalla sua fondazione, è necessario collegarle alla nascita ed allo sviluppo della città di Tursi.
La città di Tursi ebbe origine tra la fine del V e gli inizi del VI sec. e si sviluppò intorno ad un castello costruito dai Goti. Questo primo nucleo di abitanti verso il VI sec. costruì una prima chiesa: quella situata nella parte sottostante l’attuale chiesa di S. Maria Maggiore in Rabatana, nei locali ove è collocato il presepe in pietra. In seguito alla conquista Bizantina, nel X sec. le abitazioni si estesero a valle e venne allora edificata un’altra chiesa, intitolata a S. Michele Arcangelo, ove nel 1060 si tenne un Sinodo. L’incremento della popolazione di Tursi fu dovuto alla notevole immigrazione dei cittadini di Anglona poiché si sentivano più sicuri e protetti in Tursi che non nella loro città, soggetta alle continue scorrerie Saracene. In seguito Tursi continuò ancora ad espandersi più a valle, fino a raggiungere la parte pianeggiante alla base della collina. Tra il XIV e XV sec. Tursi assumeva la propria configurazione topografica e ai numerosi abitanti della parte inferiore della città mancava un proprio luogo di culto. Era necessario, quindi, la costruzione di una nuova chiesa. Ciò avvenne nel XIV sec. con l’edificazione di una chiesa, che ora è la sagrestia dell’attuale Cattedrale.
Nel secolo successivo Tursi divenne un centro importante e popoloso, non solo per lo spostamento di quasi tutti i cittadini di Anglona, interamente distrutta nel 1369, ma anche per l’arrivo di gente da altri luoghi. Nel XV sec. perciò si costruì una nuova e più grande chiesa. Questa nuova chiesa, a ridosso della precedente, fu intitolata alla SS. Annunziata. Nel XV sec. dunque Tursi contava tre chiese parrocchiali: quella in Rabatana, dedicata alla Madonna dell’Icona, poi elevata in Collegiata con bolla del 1546 e intitolata a S. Maria Maggiore, un po’ più a valle quella di S. Michele nella zona più bassa della città, della SS. Annunziata. In quegli anni, ma certamente già da qualche secolo il vescovo risiedeva a Tursi e la Cattedrale era la chiesa di S. Michele Arcangelo, come dimostrano il già citato Sinodo del 1060 e l’atto di concordia del 1320 tra il vescovo e l’Abate del Monastero di Carbone, entrambi avvenuti in Tursi nella chiesa di S. Michele. Quando avvennero questi fatti la chiesa ancora non era stata elevata a Cattedrale. Infatti, il titolo di cattedrale le venne concesso con la bolla dell’8 agosto del 1545. A proposito delle origini di questa antica diocesi è necessario chiarire se sia stata prima Anglona oppure Tursi ad essere elevata a Sede Vescovile. Le prime fonti sono molto confuse poiché la assegnano volte ad Anglona e volte a Tursi. Circa la presenza di una sede vescovile ad Anglona, alcuni storici la vogliono di apostolica fondazione, certi la attribuiscono a San Marco Evangelista, altri sostengono che San Pietro la fondò nel suo viaggio dalla Palestina a Roma. Per la sede di Tursi, la prima data in cui viene nominata è il 968, nella legazione di Liutprando, Vescovo di Cremona. Di questa legazione leggiamo nel Baronio: “Polieute Patriarca Costantinopolitano ha scritto un privilegio al Vescovo di Otranto che abbia licenza di poter consacrare vescovi in Acerenza, Tursi, Gravina, Matera, Tricarico”.
Tursi, dunque, è sede vescovile, come risulta da documenti ufficiali, dal 968 e come tale ha continuato ad essere nominata nelle bolle papali fino al 1201. A questo punto la supposizione di alcuni storici è stata quella che per un certo periodo siano esistiti due vescovadi, uno a Tursi di rito greco e l’altro in Anglona di rito latino. Con l’avvento dei Normanni tutte le diocesi di rito greco vennero soppresse ed i loro vescovi espulsi, nelle loro sedi venne ripristinato il rito latino e certamente andarono distrutti tutti i documenti e le testimonianze del periodo bizantino.
Se in alcune diocesi per ancora un secolo dall’arrivo dei Normanni continuarono con il rito greco, fu solo per quiete di popolo. E’ fuori dubbio che la chiesa di San Michele Arcangelo, sia stata sin dal X secolo, la cattedrale di rito greco e successivamente di rito latino. Questa chiesa fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1857 riportando danni al campanile ed alla parte posteriore dell’altare maggiore. Successivamente nei lavori di restauro venne ridotta di alcuni metri. L’ufficializzazione del definitivo trasferimento in Tursi della cattedra vescovile fu evento importante per la città, che da tempo attendeva tale avvenimento. Il Martucci così descrive quanto avvenne: “Il vescovo Berardino Elvino, uomo di savio accorgimento e generale tesoriere del sommo Pontefice Paolo III, pensò di far eleggere la terra di Tursi al grande onore di città poiché popolosa e con molti nobili e dottori e di far trasferire in essa la cattedra vescovile. Di ciò inviò dettagliata relazione al Sommo Pontefice Paolo III, il quale dopo aver esaminato quanto proposto dal saggio vescovo, elevò la terra di Tursi al rango di città e vi fu trasferita la cattedra vescovile nella chiesa di S. Michele Arcangelo, con tutte le prerogative di una Cattedrale, e dispose che i suoi prelati da quel tempo in poi si chiamassero vescovi di Anglona-Tursi”. Ben presto la scelta della chiesa di S. Michele Arcangelo come Cattedrale originò molte liti tra gli abitanti della parte alta della città, dove si trova la chiesa e quelli della parte inferiore, detti “bassitani”, dimoranti nelle vicinanze della novella chiesa della SS. Annunziata, per la quale i secondi richiedevano il titolo di Cattedrale. Questi ultimi sostenevano la loro richiesta evidenziando che la chiesa della SS. Annunziata non solo era più capiente e dignitosa, ma era posta anche in posizione pianeggiante e quindi più comoda non solo per i Tursitani, ma anche per il clero e per gli altri fedeli provenienti da fuori. Le liti e le discussioni furono anche violente, tanto da fare intervenire il Principe di Salerno Ferdinando Sanseverino d’Aragona, allora signore della città di Tursi, il quale con enorme fatica riuscì a mettere d’accordo i Tursitani e a far trasferire la Cattedrale dalla chiesa di S. Michele Arcangelo alla parrocchia della SS. Annunziata. Quest’accordo, il 26 marzo del 1546, ottenne l’approvazione del Papa Paolo III che emanò “motu proprio” un’altra bolla con la quale trasferiva la Cattedrale dalla Chiesa di S. Michele Arcangelo in quella della SS. Annunziata. Da questa bolla, riportata dall’Ughelli, dal Martucci e da altri storici, rileviamo che la chiesa della SS. Annunziata è una “magnifica ed insigne fabrica”. Anche Giambattista Pacichelli nella sua “Descrizione dei luoghi facenti parte del Regno di Napoli” parlando di Tursi dice: “Il duomo col titolo della Vergine Annunziata è magnifico ed ha la sagrestia ben provveduta ed ornata”. Nella stessa bolla rileviamo ancora la composizione del clero che avrebbe atteso al culto nella Cattedrale e nelle altre due chiese parrocchiali di Tursi. Alla Cattedrale avrebbe provveduto un clero composto da tredici canonici, con tre dignità: l’Arcidiacono, il Decano e l’Arciprete, tre mansionari, di cui un maestro di cerimonia, un lettore della dottrina cristiana ed un organista. Era previsto, inoltre, l’ufficio di penitenziere ed un illimitato numero di diaconi, suddiaconi e chierici. La bolla elevava a Collegiata insigne la chiesa di S. Maria Maggiore in Rabatana e le assegnava un prevosto, dieci canonici, quattro mansionari ed un numero imprecisato di chierici. Infine la bolla stabiliva che la chiesa di S. Michele Arcangelo fosse assistita da un rettore, da dieci presbiteri, diaconi, suddiaconi e chierici.
Per marcare l’importanza data alla nuova Cattedrale A. Nigro ricorda che il vescovo stabilì che il bacio della mano in segno di devozione ed ubbidienza da parte dei sacerdoti della Diocesi, da quella data avvenisse il 25 marzo, giorno della SS. Annunziata, nella chiesa a lei intitolata, e non più in Anglona l’8 settembre, ricorrenza della nascita della Vergine.
La chiesa della SS. Annunziata è, dunque, Cattedrale da 454 anni. Dalla sua elevazione a tale dignità e fino al 1976 è stata la Cattedrale della Diocesi di Anglona-Tursi, da tale data in poi lo è della Diocesi di Tursi-Lagonegro. Durante questi secoli nella Cattedrale si sono succeduti 38 Vescovi: il primo fu Berardino Elvino, l’attuale è Mons. Rocco Talucci. Di questi Vescovi: Salvatore Vecchioni, Matteo Cosentino e Gennaro Maria Acciardi sono quelli che hanno retto più a lungo la Diocesi, rispettivamente per 40 anni il primo, 36 il secondo e 34 il terzo. Insieme ai Vescovi è doveroso ricordare anche gli Arcipreti titolari della Cattedrale, i veri responsabili della chiesa. Il primo fu Matteo, della nobile famiglia dei Rota, nel 1546. L’ultimo è stato don Ferdinando, più conosciuto come don Antonio Conte. Questi è stato pure il sacerdote dalla titolarità più lunga: cinquant’anni. Dal 1982 è parroco della Cattedrale don Peppino Labanca, nel 1998 gli si è affiancato in qualità di co-parroco don Cesare Lauria. La Cattedrale, come abbiamo rilevato dal Catasto Onciario del 1754, possedeva un patrimonio di beni immobili composto da una masseria alla contrada Pescogrosso e numerosi altri appezzamenti di terreno, oltre a parecchie case e grotte nell’abitato di Tursi. Per questo patrimonio veniva tassata con once 1222 annue.
Nel corso degli anni, a causa dei terremoti e di altre calamità, alla Cattedrale sono state apportate varie modifiche, anche alle parti strutturali, tanto da farle perdere lo stile originario. Un primo restauro o ricostruzione di cui parlano le fonti è del 1718, allorché venne rifatto il campanile. Infatti, apprendiamo dal Nigro che il vescovo Domenico Sabbatino fece ricostruire a sue spese il campanile ed apporre sotto un finestrone dello stesso, la seguente iscrizione:

D.O.M.
Turrim hanc sacram diu dirutam
Praesul
Dominicus Sabbatinus Strongytem
Propriis sumptibus
construere et aedificare fecit
Anno Domini 1718

Anche la sagrestia fu oggetto di sostanziali modifiche, come ci informa sempre il Nigro. Essa venne rifatta e arredata con una lunga serie di armadi dal vescovo Ettore Quarti intorno al 1726. In più questo vescovo, oltre ad ingrandire la sagrestia, abbellì la chiesa con varie opere. Questi lavori imposero la chiusura al culto per qualche anno e Mons. Quarti la riconsacrò il 2 maggio del 1728, dopo avervi tenuto solennemente un Sinodo diocesano nei giorni 29, 30 aprile e 1 maggio dello stesso anno.
La chiesa fu restaurata ancora nel 1901 dal vescovo Carmelo Pujo come testimonia un’iscrizione su marmo nella facciata superiore principale della chiesa. Negli atti del Sinodo del 1901 è detto: “La nuova facciata della chiesa con le due statue di S. Filippo Neri e S. Andrea Avellino era ammiratissima dai forestieri “.
L’ultimo restauro risale al 1934 come testimoniava una lapide posta all’ingresso della Chiesa sul lato sinistro della navata centrale e andata distrutta nell’incendio dell’11 novembre 1988. Il restauro del 1934 fu reso necessario a causa del crollo nel 1931 di parte del cassettone della navata centrale. Allora si gridò al miracolo, poiché il crollo avvenne appena terminata la Santa Messa e i fedeli erano tutti usciti dalla chiesa. L’attuale restauro, ancora in corso, va molto apprezzato perché l’interno della chiesa è stato riportato il più possibile al suo stile originario ed anche l’esterno ha riacquistato una parte della sua originarietà. Difatti, sono state riaperte le volte del coro a sinistra dell’altare maggiore, murate probabilmente agli inizi del XVII sec., quando si collocò il coro ligneo per il clero. Sui pilastri di queste volte sono venuti alla luce due affreschi che rappresentano S. Antonio da Padova e l’altro, assai malridotto, probabilmente S. Margherita. Su quest’ultimo appare la data del 1525. In fondo al coro, poi, nella facciata superiore sopra l’altare maggiore, è riapparsa una monofora prima nascosta dall’organo a canne andato completamente distrutto. Sono state riaperte anche le due volte all’entrata della chiesa, chiuse durante i lavori di restauro del 1934. Sotto tutta la superficie del pavimento, durante i lavori di quest’ultimo restauro, sono rinvenute numerose tombe in pietra a forma di volta. Sotto la sagrestia è venuto alla luce un ossario ed i resti di una precedente costruzione. La pianta della Cattedrale della SS. Annunziata è a croce latina con tre porte d’ingresso nella facciata principale. Si sviluppa su una lunghezza complessiva di circa 42 metri con una larghezza di oltre 17 metri. E’ composta da una navata centrale larga 9 metri e due laterali di oltre 4 metri. Sorreggono la navata centrale dei pilastri con volta a tutto sesto. La distanza dei due cappelloni, che formano le braccia della croce, è di circa 32 metri. Nella navata di sinistra, in fondo, appena passato il cappellone, vi è una cappella. Il coro è ampio e circolare. Per dare maggiore luce alla chiesa vi sono venti finestroni con arco a tutto sesto. La parete dietro l’altare maggiore presenta una monofora riaperta nell’ultimo restauro.
Sulla facciata principale fino al 1934, come detto prima, vi erano due statue in pietra raffiguranti S. Filippo Neri, patrono della città di Tursi e S. Andrea Avellino, nato in questa diocesi a Castronuovo.
Il campanile, come abbiamo già detto, venne rifatto nel 1718. Anticamente si sviluppava su quattro trombe di cui due quadrangolari e due ottagonali ed era chiuso da una cuspide molto slanciata di forma ottagonale. E’ dotato di 5 campane il cui movimento è stato elettrificato dall’attuale parroco don Peppino Labanca con il lodevole concorso dei cittadini. L’interno della chiesa, lungo tutta la navata centrale fino al transetto, compresi i due cappelloni, è coperto da un soffitto in legno a cassettoni. Al centro del soffitto della navata centrale vi era un pregevole dipinto di vaste dimensioni (metri 6x3) raffigurante l’Annunciazione, mentre al centro dei due soffitti dei cappelloni erano altri due dipinti raffiguranti l’Incoronazione della Vergine e la sua Assunzione in cielo. Il dipinto dell’Annunciazione portava la data 1700 ed era firmato F.A. DELPHINO P.G.T., mentre gli altri due, certamente più recenti, non recavano alcuno scritto. Dei due cappelloni, quello di sinistra, dedicato all’Annunciazione, era sovrastato da una pregevole scultura lignea rappresentante, appunto, l’evento biblico cui era dedicato. Questa scultura fu ordinata dal vescovo Francesco Antonio De Luca, ma di essa si ignora l’artista. Sotto la scultura un altare con pregevoli marmi fu fatto costruire a spese del già citato Mons. E. Quarti. Il cappellone di destra un tempo era dedicato alla Vergine del Monte, sotto il cui patrocinio fu fondata la congregazione del Pio Monte dei Morti nel 1635 dal vescovo Alessandro Deto. Questo cappellone fu in seguito dedicato alla Vergine di Anglona. Anche qui un altare in marmo ricorda Mons. Quarti. L’altra cappella, dedicata al Sacro Cuore, presenta un altare pure in marmo fatto a spese del vescovo Gennaro Maria Acciardi.
Il coro, tutto in legno intarsiato costruito nel 1603, come appariva da una data incisa in esso, fu fatto a spese del vescovo Ascanio Giacobazio. L’altare maggiore in marmo di color verde, fatto a spese del più volte citato Mons. Quarti, venne realizzato in Taranto nel 1726 dal maestro Donato Merodo, e costò complessivamente, come ci informa il Nigro, 818 ducati. Il maestoso organo a canne, situato in fondo al coro con l’annessa cantoria, secondo il Nigro datato 1728, ma a detta degli esperti di fattura cinquecentesca, fu anch’esso fatto a spese del vescovo Quarti. Ai lati dell’altare maggiore giganteggiavano due tele ordinate dal vescovo Giulio Capece Scondito e dipinte nel 1747 dal napoletano Giuseppe De Angelis. Esse rappresentavano le “Nozze di Canaan” e “La moltiplicazione dei pani”. Altre tele di forma ovale adornavano l’intera chiesa. Esse rappresentavano i profeti minori, i quattro dottori della chiesa ed i quattro evangelisti, in tutto, dodici ovali. Di queste tele sappiamo dal Nigro che quelle relative ai profeti minori furono realizzate intorno al 1725 dal maestro Salvatore Donati di Roccella, ordinate dal vescovo Quarti e da lui pagate 160 ducati.
Sono da ricordare ancora altre opere che abbellivano e arricchivano la Cattedrale. Di queste alcune sono andate distrutte nell’incendio ed altre si sono salvate. Ricordiamo, perciò, i sei confessionili del 1856, costruiti da G. Viola di Chiaromonte, ordinati dal vescovo Acciardi e ubicati tre per parte nelle navate laterali, un crocifisso in legno del XVI secolo a grandezza naturale e situato a destra dell’ingresso della navata centrale. All’ultimo pilastro di destra della navata centrale era sospeso un maestoso pulpito in legno impreziosito da molti rilievi che venne ordinato dal vescovo Gaetano Tigani. Due lastre in pietra, non danneggiate dall’incendio, raffiguranti l’Annunziata e l’Arcangelo Gabriele erano situate all’inizio della navata centrale di destra, opera di un maestro di Noepoli che le scolpì nel 1519. Ora queste due lastre ripulite sono state sistemate unitamente alla fonte battesimale, tra il coro e l’ingresso della sagrestia. La fonte battesimale in pietra datata 1574 fu realizzata da Giovanni Francesco da Tursi. Lungo le pareti della chiesa vi erano, (tutte distrutte dall’incendio) quattro iscrizioni lapidarie: una, già menzionata, posta sopra il lato sinistro della porta centrale, ricordava il restauro della chiesa nel 1934 e il vescovo Domenico Petroni, un’altra, fatta apporre nel 1901 dal vescovo Carmelo Pujo sulla parete che porta alla sagrestia, ricordava l’Incoronazione della Madonna di Anglona, la terza nel 1951, nel cinquantenario della stessa Vergine di Anglona, fu collocata da Mons. Pasquale Quaremba sulla parete che porta alla canonica e la quarta, posta sul lato sinistro della navata di sinistra, chiudeva l’urna contenente le spoglie dei vescovi Alfonso Gigliolo, Matteo Cosentino e Gabriele Cela.
Tutta la chiesa fu affrescata agli i-nizi degli anni Sessanta dal pittore Sebastiano Paradiso a spese dell’arciprete don Ferdinando Conte. Come già detto, nella vasta sagrestia, con volta a padiglione, vi era una lunga serie di armadi alquanto alti, che custodivano tutti gli arredi sacri: ostensori, calici, pianete, pastorali e tutto quanto dispone una Cattedrale come l’archivio storico e altri documenti. Questi armadi furono costruiti da Martino Fusco. In uno di questi armadi si conservava un’urna in vetro contenente i resti di S. Vitale ed una pergamena indicante il nome dello stesso Santo. Si diceva, che quei resti appartenessero a Vitale, monaco di origine greca, vissuto in queste contrade intorno al X sec..
In fondo alla sagrestia esiste anco-ra, seppure in stato precario, un altare dedicato a S. Oronzio vescovo e santo, protettore di Lecce. In alto, al centro del tetto della sagrestia, una gran tela di Ludovico De Maio, ordinata allo stesso dal vescovo Giulio Capece Scondito nel 1746, raffigurava il martirio di S. Matteo Evangelista. Lungo le pareti della sagrestia, al di sopra degli armadi, una serie di tele ed ingrandi-menti fotografici raffiguravano molti Vescovi che hanno retto la Diocesi di Anglona-Tursi. La serie iniziava con Mons. Antonio Cinque che resse la diocesi dal 1837 al 1841 e terminava con il vescovo Dino Tommasini. Oltre a queste, altre tele adornavano la sagrestia. Di queste una del XVII sec., malridotta, raffigurava la “Resurrezione di Lazzaro” e proveniva da una cappella rurale dedicata al santo. Un’altra, dipinta dal pittore Tursitano Francesco Oliva, rappresentava la figura della Madonna.

APPENDICE

Fatti salienti avvenuti nella Cattedrale.

Sinodi.

Dalla sua fondazione, nella Cattedrale si sono svolti quattro Sinodi diocesani: il primo si tenne il 30 aprile del 1656 quando era vescovo Francesco Antonio De Luca; il secondo, vescovo Matteo Cosentino, si svolse il primo maggio 1670 allorché venne eletta S. Anna protettrice della Città di Tursi e del suo clero; il terzo fu indetto nel 1728 da Mons. Ettore Quarti; il quarto, guidato dal vescovo Carmelo Pujo, nel 1900 quando venne incoronata la Madonna di Anglona e proclamata protettrice della Diocesi di Anglona Tursi.
L’ultimo Sinodo concluso il 12 ot-tobre 1999, promosso da Mons. Rocco Talucci, non si è potuto svolgere nella Cattedrale, perché non ancora agibile a causa dei lavori di restauro e ristrutturazione.

Solennità.

Nella Cattedrale della diocesi Anglona-Tursi nel 1972 è stato ordinato vescovo Mons. Michele Giordano, ora cardinale e arcivescovo di Napoli. Nel 1979 il cardinale Sebastiano Baggio ha ordinato vescovo Mons. Francesco Antonio Cuccarese, nato a Tursi ed ora arcivescovo di Pescara.

Manifestazioni culturali.

La Cattedrale è stata anche sede di manifestazioni culturali e religiose. Il 30 e 31 ottobre del 1982 si è svolto un convegno nazionale di studi avente per oggetto “La poesia di Albino Pierro”. Era presente lo stesso poeta Tursitano scomparso nel 1995.
Il 9 ottobre 1983 sono stati commemorati i due illustri magistrati Tursitani: Andrea Ferrara, I° presidente Insigne della Suprema Corte di Cassazione e Manlio Capitolo presidente capo del Tribunale di Roma.
Il 25 aprile del 1984 il Dott. Alberto Virgilio, presidente di sezione della Suprema Corte di Cassazione, tenne un convegno dal tema “La giornata Francescana”. Il 24 marzo del 1985 la Cattedrale ha ospitato un concerto per organo tenuto dal maestro Stefano Innocenti.

Curiosità.

Ancora oggi a Tursi nelle vie del centro storico il 24 marzo, vigilia della SS. Annunziata, si accendono dei falò in onore della Vergine e della Cattedrale a lei dedicata.

VESCOVI DELLA DIOCESI ANGLONA-TURSI DAL 1543

1543 - Berardino Elvino di Alvito
1548 - Giulio De Grandis di Ferrara
1560 - Giovanni Paolo Amnio di Crema
1578 - Nicolò Grana di Ferrara
1595 - Ascanio Giacobazio di Roma
1600 - Bernardo Giustiniano del Messico
1616 - Innico Siscara di Napoli
1619 - Alfonso Gigliolo di Ferrara
1630 - Giovanni Battista Deto di Firenze
1632 - Alessandro Deto di Firenze
1638 - Marco Antonio Coccini di Roma
1648 - Flavio Galletti di Vallombrosa
1654 - Francesco Antonio De Luca di Molfetta
1666 - Matteo Cosentino di Aieta
1702 - Domenico Sabbatino di Strongoli
1723 - Ettore Quarti di Belgioioso
1735 - Giulio Capece Scondito di Napoli
1763 - Giambattista Pignatelli di Napoli
1778 - Salvatore Vecchioni di Napoli
1819 - Arcangelo Gabriele Cela di Bisaccia
1824 - Giuseppe Saverio Poli di Molfetta
1837 - Antonio Cinque di Morano
1842 - Gaetano Tigani di Soriano Superiore
1849 - Gennaro Maria Acciardi di Napoli
1883 - Rocco Lionasi di Lauria
1893 - Serafino Angelini di Marzi
1897 - Carmelo Pujo di Filadelfia
1908 - Vincenzo Idelfonso Pisani di Catanzaro
1911 - Giovanni Pulvirenti di Aci Sant’Antonio
1923 - Ludovico Cattaneo di Saronno
1930 - Domenico Petroni di Cervicati
1935 - Lorenzo Giacomo Inglese di Salemi
1947 - Pasquale Quaremba di Muro Lucano
1957 – Secondo Tagliabue di Casanoblat
1970 - Dino Tommasini di Nocera Umbra
1974 - Vincenzo Franco di Trani

VESCOVI DELLA DIOCESI TURSI-LAGONEGRO

1976 - Vincenzo Franco di Trani
1981 - Gerardo Pierro di Mercato San Severino
1988 - Rocco Talucci di Venosa

ARCIPRETI E PARROCI DELLA CATTEDRALE

ARCIPRETI

1546 - Matteo Rota
1561 - Gioacchino Picolla
1580 - Giovanni De Giordano
1607 - Matteo Mellis
1634 - Leonardo Antonio Zotta
1652 - Annibale Di Pasca
1677 - Giacomo De Giordano
1699 - Leonardo Siderio
1724 - Paolo Asprella
1740 - Filippo Panevino
1765 - Luca Calabrese
1794 - Filippo Picolla
1823 - Marcello Camerino
1847 - Vincenzo Nigro
1874 - Francesco Antonio Latronico
1886 - Filippo Marra
1922 - Nicola Fasoli
1932 - Ferdinando Conte

PARROCI

1982 - Giuseppe Labanca
1998 - Giuseppe Labanca e Cesare Lauria

BIBLIOGRAFIA

Baronio C. – Annales ecclesiastici – Roma 1588 – 1607
Bruno R, Storia di Tursi, Romeo Porfidio ed., Moliterno, 1989.
De Salvo N., “La diocesi di Anglona-Tursi”, in Enciclopedia dell’Ecclesiastico, tomo VIII, Napoli, 1845.
Martucci, Ragionamento intorno al pieno dominio della Real Mensa Vescovile di Anglona e Tursi sul feudo di Anglona contro l’Università ed alcuni particolari cittadini di Tursi, Napoli, 1790.
Nigro A., Memoria topografica istori-ca sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea oggi Anglona, tip. Miranda, Napoli, 1851.
Pacichelli G.B., Il regno di Napoli in prospettiva, stamp. Michele Luigi Mutio, Napoli, 1702.
Ughelli F., Italia sacra Episcopi Anglonenses et Tursienses, Roma, 1702.

Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici della Basilicata – Arte in Basilicata (a cura di Anna Grele Iusco) De Luca ed., Matera, 1981.

ALTRE FONTI

Catasto Onciario del 1754 relativo al Comune di Tursi.
Registro della Confraternita del “Pio Monte dei Morti” del 1635.
Atti del Sinodo del 1900.
Atti notarili della Città di Tursi dal 1545

(A cura di Rocco Bruno)